Capitolo 3
Il gala del centenario riempiva il Meridian, una cattedrale sconsacrata che la mia famiglia aveva comprato decenni prima: archi di pietra altissimi, luce di candele, un soffitto che si perdeva nell'ombra. La mia gente aveva impiegato tre mesi e due milioni di dollari per renderla perfetta. Ogni orchidea, ogni gioco di luci, ogni nota del quartetto d'archi era stata approvata dal mio ufficio.
Nico pensava che l'avesse organizzato Bianca. Ovvio.
Entrai da un ingresso privato, affiancata da Gia e da due delle mie guardie personali. Attraverso le pareti sentivo le voci di quattrocento invitati: capi, giudici a libro paga, alleati da Chicago e da Miami. La mia famiglia. La mia gente. La mia serata.
Gia mi passò un tablet con le immagini in diretta delle telecamere. Lo trovai subito. Nico, al centro della sala, flûte in mano, circondato da un gruppetto di soldati che ridevano a ogni sua parola. In piena recita. L'uomo che si era fatto da solo, salito in alto grazie al puro talento. Una bugia così levigata da brillare.
E lì, saldata al suo braccio come un accessorio firmato, c'era Bianca Russo. Abito rosso. Labbra rosse. La possessività disinvolta di una donna convinta di aver già vinto. Si chinò a sussurrargli qualcosa e Nico rise: quella risata intima, privata, che un tempo riservava a me.
Non provai nulla. E questo mi sorprese. Mesi prima, vederli insieme mi faceva scorrere acido nelle vene. Adesso? Distacco clinico. Un chirurgo che studia una TAC prima di incidere.
«Il suo brindisi comincia tra dieci minuti» mormorò Gia.
«Lasciagli il suo momento. Renderà il mio indimenticabile.»
Alle dieci in punto Nico salì sul palco. L'applauso fu generoso: il fascino era l'unico vero talento che avesse. Sistemò il microfono e sfoderò il suo sorriso da copertina.
«Cent'anni di questa famiglia» cominciò. «Cent'anni di lealtà. E ogni uomo qui presente lo sa: dietro ogni grande ascesa c'è una persona che la rende possibile.»
Fece una pausa. Guardò dritto verso Bianca, radiosa al Tavolo Uno.
«Bianca Russo. Alzati, tesoro.»
Lei si alzò, lisciandosi l'abito rosso, trionfante. Applausi di cortesia. Flash.
«Questa donna è il motivo per cui sono qui» disse Nico, con la voce rotta da un'emozione provata allo specchio. «La mia compagna. La mia ispirazione. Il mio tutto.» Poi sollevò qualcosa dal leggio, e il mio sangue diventò freddo e silenzioso nello stesso istante.
L'anello con il sigillo dei Vittori. Un secolo di storia. Portato da mio padre. Dal padre di mio padre. L'anello che solo il boss può conferire, e solo ai più fedeli: l'anello che il mio ufficio aveva disposto fosse esposto quella sera, senza assegnatario, in onore del centenario.
Infilò l'anello della mia famiglia al dito della sua amante.
La sala cambiò. Mormorii. Diversi vecchi capi si irrigidirono sulle sedie: uomini che avevano baciato quell'anello al funerale di mio padre. Sapevano cosa significava. Sapevano a quale mano apparteneva. E sentivano qualcosa di sismico rotolare verso il palco.
Gli occhi di Bianca luccicavano. Mimò con le labbra ti amo. Lui glielo rimandò.
Gia mi guardò. «È il momento.»
Sistemai i diamanti di mia madre. Lisciai il Valentino. Un solo respiro.
«Luci» dissi.
La cattedrale sprofondò nel buio. Ogni bagliore di candela, ogni schermo, ogni riflettore: tutto spento in un unico blackout coordinato. Quattrocento persone trattennero il fiato. Da qualche parte, nell'oscurità, Bianca emise un gemito spaventato. Nico restò immobile al leggio, sbattendo le palpebre nel vuoto.
Poi un unico fascio di luce colpì la porta laterale del palco.
Un vecchio capo in prima fila (Silvio, settant'anni, il più vecchio amico di mio padre) si alzò lentamente in piedi prima ancora che io muovessi un passo. Perché lui sapeva. Era l'unico in quella sala ad aver mai visto il mio volto accanto a quello di mio padre.
La sua voce squarciò il silenzio come uno sparo:
«In piedi. È arrivata la Boss.»
E io uscii alla luce.