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Capitolo 2

La mattina del gala, Nico era in piedi davanti allo specchio della nostra camera da letto e si annodava una cravatta di seta che non avevo mai visto. Hermès. Costosa. Comprata con soldi che, attraverso quattro società di comodo, riportavano dritti a me.

«Cravatta nuova?» chiesi dal letto, con voce leggera. Da brava mogliettina.

Non mi guardò nemmeno. «L'ha scelta Bianca. Ha un gusto incredibile.» Pronunciò il suo nome come si dice "sole": con calore, senza volerlo, quasi con venerazione.

Registrai il momento. Lo archiviai insieme a tutti gli altri.

Alla fine i suoi occhi si posarono su di me (chignon spettinato, maglietta da notte oversize, viso senza trucco) e lo vidi. Quel lampo. Non amore. Nemmeno affetto. Una lieve delusione. Lo sguardo di un uomo che nella sua testa era già passato al modello nuovo e si ritrovava costretto a fissare quello vecchio.

«Stasera non vieni, vero?» Conosceva già la risposta. La desiderava.

«Hai detto che i coniugi non erano invitati.»

«Giusto. Affari di famiglia, rigorosamente. Evento molto esclusivo.» Sorrise, orgoglioso. Poi la sua voce scivolò in quel tono paternalistico che avevo imparato a detestare. «Però ti ho preso una cosa. Visto che resterai a casa da sola.»

Tirò fuori una bottiglia dalla borsa. Vino da stazione di servizio. Nove dollari, tappo a vite, etichetta impolverata. «Pensavo che potresti farti una serata tranquilla. Una maschera per il viso, magari. Ultimamente sembri un po'… stanca.»

Stanca. Mandavo avanti un impero da un miliardo di dollari, stavo chiudendo un accordo territoriale con gli irlandesi e documentavo il piano di mio marito per uccidermi. Sì, Nico. Ero stanca.

«Che pensiero gentile» dissi, stringendo la bottiglia come fosse una granata.

Mi baciò la fronte (un gesto così svogliato che avrebbe potuto essere un post-it) e se ne andò. Rimasi ad ascoltare la sua macchina che usciva dal vialetto.

Poi entrai in azione.

L'abito mi aspettava già nella mia stanza privata, quella dietro la libreria del mio studio, la stanza dove Nico pensava che "Elena fa i suoi foglietti di calcolo". Valentino su misura, nero notte, con una scollatura capace di scatenare una guerra. La mia stilista era volata da Milano. Il mio gioielliere mi aveva mandato i diamanti di mia madre: gli stessi che indossava la sera in cui mio padre era diventato boss.

Mi sedetti alla toeletta e cominciai la trasformazione. Capelli raccolti in una corona scolpita. Un trucco che affilava ogni angolo del mio viso come una lama. Tacchi che aggiungevano dieci centimetri e quarant'anni di autorità.

Quando ebbi finito, fissai lo specchio. Quella non era Elena Falco, la contabile stanca che aspettava a casa con il vino da benzinaio. Quella era Elena Vittori. Figlia di Don Vittori. La Vedova. La donna che quattrocento persone pericolose stavano per incontrare per la prima volta.

Il telefono squillò. Gia, la mia consigliere: l'unica anima viva che conoscesse entrambi i miei volti.

«È tutto pronto» disse. «Il tuo ingresso è alle 22:15, subito dopo il brindisi di Nico. I capi sono ai loro posti. Durante la rivelazione le porte restano chiuse: nessuno entra, nessuno esce. La tua sicurezza controlla ogni uscita.»

«E lo schermo?»

«Caricato. Nel momento in cui sali sul palco, il suo video celebrativo lascia il posto al tuo.»

«Perfetto. E Gia… assicurati che Bianca Russo sia in prima fila. Voglio che sia abbastanza vicina da vedermi negli occhi.»

«Già fatto. Tavolo Uno. Proprio accanto al leggio.»

Diedi un ultimo sguardo allo specchio. La donna che mi fissava era una che Nico non aveva mai conosciuto. Una accanto a cui aveva dormito per dieci anni senza mai prendersi la briga di guardarla davvero.

Stasera l'avrebbe vista. E sarebbe stata l'ultima cosa che non si aspettava.

«Manda la macchina» dissi. «Il Fantasma ha finito di nascondersi.»
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