

Capitolo 1 La Strada Improvvisata
Poi, un attimo, tutti i piani andarono in fumo ed io dovetti cambiare rotta, scegliere un'altra strada… ma alle competizioni serie ci sono arrivata comunque, no? Dafne, il meccanico, suona bene lo stesso.
Le ultime tre settimane le avevo vissute in Veneto, presso il reparto corse dell'azienda, a studiare quanto accaduto negli anni precedenti alla moto durante il primo gran premio della stagione in Qatar. Abbiamo discusso al lungo su da farsi, sugli assetti, sulle modifiche. Abbiamo parlato molto confrontandoci con il pilota, per rendere la moto più vicina possibile al suo stile. Alex Miles, sedicenne inglese dalle potenzialità di futuro campione in classe regina, si mostrava nel suo fisico minuto, brufoloso, con capelli biondi a caschetto e una fila di denti storti.
Era insicuro, timido, introverso, di poche parole, ma sulla moto andava come un razzo, senza pietà, macinando l'asfalto e lasciandosi dietro gli avversari e i pezzi di pneumatici stracciati dalla guida grintosa. Insomma, si prospettava una stagione entusiasmante, magari addirittura un titolo, visto che questo mancava ormai da quasi dieci anni alla squadra.
Tuttavia, i miei gloriosi sogni di ingegnere al muretto si erano dovuti scontrare con la realtà. Avevo scelto di candidarmi per il team corse e, pur essendo un ingegnere meccanico, ero anche una donna. Sapevo benissimo di non poter ambire a compiti di alta rilevanza, almeno all'inizio. Ero stata scelta come meccanico, un meccanico alle prime armi, secondo loro, ed ero relegata a lucidare chiavi, avvitare bulloni poco importanti e curare l'estetica della moto di Miles. Non mi potevo lamentare: essere nei box era già una gratificazione, e sapevo attendere il momento in cui avrei potuto dimostrare il mio valore.
I colleghi, per quanto sessisti e discriminatori, si rivelarono però amichevoli e simpatici. Con due di loro avevo stretto un bellissimo rapporto. Uno era Mattia, trentatreenne, alla prima esperienza ai box, e l'altro era Franco, il capo meccanico di cinquantacinque anni, che aveva trascorso la metà della sua vita nelle corse. Franco, padre di una ragazza poco più giovane di me, quasi mi stava proteggendo, difendendomi dai colleghi più ostili che avevano aspettative pari a zero su di me.
All'atterraggio a Doha, uno dei posti più belli della terra che avessi mai visto, mi trovai a seguire il resto del team, trotterellando come un micetto smarrito. Più impaurito di me era Alex, che come pilota debuttante avrebbe dovuto dimostrare al mondo di che pasta era fatto.
L'emozione più poderosa arrivò quando giungemmo per la prima volta al circuito. L'adrenalina prese il sopravvento. Ero lì. C'ero davvero! E c'ero arrivata da sola, contro ogni aspettativa e contro il fatto di essere una donna che sa far funzionare un motore, quando molti uomini che avevo conosciuto in passato non erano in grado nemmeno di sostituire una gomma.
Il primo giorno di prove libere in pista, Alex sembrava a proprio agio con la sua moto. Tutta la squadra era entusiasta del suo quinto tempo, davanti a piloti che correvano già da due anni. Era un ottimo inizio.
Mi trattenni sul circuito anche dopo il lavoro, per osservare quel mondo che tanto avevo bramato e che mi rendeva felice, forse più di quando avevo vinto un campionato.
La sera, una volta in albergo, ero stanca, ma nonostante il viaggio e il lavoro, non avrei mai potuto addormentarmi, ero troppo eccitata. Mattia mi inviò un messaggio: "Giretto?" diceva. Perché no? Pensai. Dovevo approfittarne visto che il mio contratto in squadra durava solo un campionato. La mattina successiva saremmo scesi in pista, ma avevo fatto tante volte tardi la sera in vita mia, quindi non mi spaventava farlo anche quella volta.
Mi preparai in fretta e incontrai Mattia alla reception dell'albergo. Scoppiammo a ridere vedendoci vestiti da turisti: lui in bermuda e t-shirt gialla, io in pantaloni di jeans e top arancio, stile giubbino catarifrangente da emergenza.
Uscimmo ad ammirare i grattacieli, le strade immense, il caos di quelle vie, cercando un posto dove fermarci. Non volevamo bere alcolici prima di una gara, quindi, dopo un giro, optammo per una gelateria poco affollata e tranquilla.
Sedemmo al banco, ordinammo e ben presto Mattia mi lasciò da sola per andare in bagno. Stavo sorseggiando il frappè di frutti tropicali, quando sentii la conversazione che si stava tenendo due sgabelli più in là. Mi volsi a osservare. I due parlavano fitto, con le teste vicine. Uno, con un berretto calato sul viso, disse: "El patrocinador quiere que se transmita un anuncio en la televisión." L'altro rispose: "Ahora no tengo tiempo. Tendrán que esperar!"
Mi cuore sussultò quando il tipo con il berretto si voltò verso di me. Era Juan Ernandez, il campione in carica della MotoGP! Avevo intravisto il suo arrivo qualche ora prima, mentre girava tra i box con il monopattino elettrico. A fianco a lui, il suo manager, Miguel Diaz.
Odiavo Ernandez più di chiunque altro nell'ambiente corse! Era un pilota straordinario, con doti atletiche, ma umanamente insopportabile, a mio avviso. Probabilmente avevo lasciato che il mio viso esprimesse il mio disappunto nei confronti di quel pilota, quando li vidi smettere di parlare e osservare me.
Aveva la faccia da ebete, convinto che ogni donna dovesse cedere ai suoi piedi. Ridussi gli occhi a fessure, guardandolo con puro disprezzo. La cosa, invece di spaventarlo, lo intrigò tanto da abbandonare l'amico e sedere accanto a me, con un sorriso da "bello e maledetto".
"Hellooo!" disse, posando un braccio sul bancone e riducendo la distanza tra noi. "Do you speak English?"
"No," risposi, mentendo.
"Espanol?" insistette.
"No," risposi di nuovo.
In quel momento, Mattia tornò e, con sommo stupore, quasi ebbe un coccolone nel trovarsi di fronte Ernandez.
"Italiana, allora!" esclamò il pilota trionfante.
"Già, come alcuni di quelli che ti hanno lasciato dietro all'ultima curva!" risposi, alzandomi.
"Wow, sai chi sono? Strano, di solito devo far vedere il mio volto su Instagram!" disse, sghignazzando.
La mia rabbia iniziò a salire, mentre Mattia restava lì a osservare, come un citrullo.
"Che peccato! Non temere, non ti farò consumare il tuo tempo. Buonanotte Ernandez!" dissi, voltandomi.
"Buonanotte, Dafne!" rispose lui.
"Fai finta di dimenticarti come mi chiamo? Tanto lo farai comunque tra due minuti, ok?" dissi, girandomi verso l'uscita.
Poi, la voce di Mattia mi colpì: "Juan, lo faresti un selfie con me?"
Mi voltai, incredula.
"Mattia?" strillai.
"Ciertamente!" disse Ernandez, mettendosi in piedi e posando per la foto.
Afferrai Mattia per un braccio, trascinandolo fuori.
-Magari ci rivediamo! -sentii dire Ernandez.
"Magari anche no!" borbottai.
"Sei impazzito? Stavi per dire che siamo meccanici?" urlai a Mattia.
"Perché non potevo?" rispose lui.
"Perché è Ernandez, quel Ernandez! Non so come tu abbia fatto a fare un selfie con lui; ha distrutto la carriera di molti piloti italiani!"
"Non è sportivo da parte tua, Dafne. Non è un guerriero, è solo un atleta che fa bene il suo mestiere. Nelle competizioni si vince e si perde, ma non si può negare il talento!"
Proseguimmo fino all'hotel, litigando sulla mia pseudo-etica sportiva. Mattia sembrò gettare la spugna e mi scortò fino alla mia stanza per augurarmi la buonanotte. Poco dopo, vidi che Mattia aveva pubblicato la foto su Instagram. Ovviamente non lasciai like.

