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Capitolo quattro

Gli occhi azzurri e gelidi di Luciano si strinsero mentre si posavano sulla donna che rideva sommessamente dall'altra parte del tavolo, di fronte a un altro uomo.

La sua ex moglie.

Gli ribolliva il sangue.

Sembrava il peccato avvolto nella seta: una gonna nera al ginocchio che le aderiva ai fianchi, un top bianco che le fasciava quel corpicino irresistibile, i capelli biondi che le ricadevano sulle spalle come se fosse uscita da un sogno erotico. E di fronte a lei sedeva un tipo elegante e raffinato in giacca e cravatta, abbastanza sfacciato da posare la sua dannata mano sulla sua come se lei gli appartenesse già.

Luciano strinse i pugni.

Ecco a cosa si era ridotta? A fare la sgualdrina di lusso in hotel di lusso, aprendo le gambe a qualsiasi uomo con un portafoglio gonfio?

Un sapore amaro gli riempì la bocca mentre i ricordi riaffioravano. Cinque anni prima, dopo quella notte – quella che non riusciva a ricordare perché Rosa lo aveva drogato – si era svegliato nudo accanto a lei, con le lenzuola macchiate di sangue. Il panico lo aveva assalito. E poi Laura, la cugina di Rosa e sua fidanzata all'epoca, gli aveva detto che Rosa aveva inscenato tutto, fingendo di essere vergine e usando persino il sangue come parte di una trappola per farlo sentire in colpa. Laura aveva anche affermato che Rosa era sempre stata un'arrampicatrice sociale, che era andata a letto con molti uomini in passato e che voleva solo appropriarsi del suo nome, intrappolandolo per sempre in un matrimonio indesiderato.

La furia che ne seguì fu accecante. Si era sentito violato, manipolato, umiliato. Nessuno aveva mai osato prenderlo in giro in quel modo. Nessuno lo aveva mai ridicolizzato.

E il Don italiano aveva deciso di far pagare alla sua astuta mogliettina la sua meschinità. La ripudiò e la mandò via, desiderando ardentemente cancellare dalla sua vita quel volto ingannevolmente innocente. A quel tempo era giovane e accecato dalla rabbia. Col tempo, una parte di lui si era chiesta se non fosse stato troppo duro.

Ma quel senso di colpa svanì dopo averla vista la notte scorsa, intenta a ripetere lo stesso dannato trucco. Non era cambiata. Dicevano che l'apparenza inganna, e nel suo caso, quel detto non poteva essere più vero. Ora, vedendola prostituirsi per soldi in hotel di lusso, non provava alcun rimorso. Si meritava tutto quello che le aveva fatto.

La sua furia si intensificò ulteriormente quando la vide ridere sfacciatamente con quell'uomo, seducendolo con quello sguardo innocente e quella bellezza pericolosamente attraente.

Che stronza.

Non aveva forse urlato il suo nome per tutta la notte? Gemendo sotto di lui come se non ne avesse mai abbastanza, graffiandogli la schiena, implorandolo di non fermarsi mentre lui si immergeva profondamente nel suo calore stretto e umido e la penetrava ancora e ancora?

E adesso… adesso non ha aspettato nemmeno un dannatissimo giorno prima di tornare a strisciare in grembo a un altro uomo?

Era così disperata? Per il sesso? Per i soldi? O per entrambi?

Perché mai gli sarebbe importato se lei fosse andata a letto con tutta la città? Non gli importava di una prostituta. O forse sì?

Ma ciò che lo faceva infuriare ancora di più era il bruciore al petto: il pensiero che lei potesse usare gli stessi trucchi seduttivi, quelle mosse sensuali che aveva usato con lui la notte precedente, ora con un altro uomo.

Avrebbe gemuto il nome di quel bastardo nello stesso modo in cui aveva urlato il suo quando era sepolto profondamente dentro di lei?

Quell'uomo l'avrebbe toccata nello stesso modo di poche ore prima, come se ogni centimetro del suo corpo gli appartenesse?

La furia esplose. Prima ancora di poter pensare lucidamente, si ritrovò al loro tavolo, le afferrò la mano e la tirò a sé.

I suoi dolci occhi castani lo fissarono per un istante, prima che il panico le si diffondesse sul viso.

"Signor Mancini... c-cosa ci fa qui?"

«Vieni con me», disse freddamente, afferrandole già il polso e trascinandola con sé.

"Ehi, signore! La lasci stare!"

La voce che lo interrompeva fece aggrottare la fronte a Luciano. Si voltò verso l'uomo in giacca e cravatta, il quale protestò, facendo un passo avanti, ma fu subito bloccato dalle guardie del corpo di Luciano.

«Sta' zitto e stai alla larga da lei, cazzo», scattò Luciano, senza degnare l'uomo di un altro sguardo mentre trascinava Rosa, ignorando le sue proteste.

Non si fermò finché non raggiunsero la stanza privata che aveva prenotato per un incontro di lavoro urgente.

Un incontro che, chiaramente, non si sarebbe tenuto in quel momento.

Il suo umore era stato completamente rovinato da quella donna.

«Signor Mancini, mi lasci andare! È impazzito?» gli urlò contro frustrata.

Le afferrò una ciocca di capelli, tirandole il viso verso di sé finché i loro respiri non si scontrarono, caldi e irregolari.

«Hai finito con i tuoi giochetti, Rosie?» sibilò, con voce bassa e intrisa di veleno. «O hai bisogno di un promemoria di chi stavi urlando il nome ieri sera?»

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