Capitolo 1
Quando i nemici di mio marito, Dominic Valentino, trascinarono me e sua nonna, Nonna Rosa, dentro un container per torturarci, lui stava ballando un lento con la sua ex fidanzata, Camilla Moretti, a un ballo in maschera.
Alla sesta ora, gli uomini si stancarono delle urla di Rosa, così le spezzarono ogni dito della mano sinistra, uno dopo l’altro, come ramoscelli secchi.
Filmarono tutto e lo mandarono a Dominic.
Lui guardò i primi tre secondi, poi rispose con un unico messaggio:
«Bel tentativo, Serena. Di’ a mia nonna di smetterla di aiutarti con le tue piccole sceneggiate.»
Rosa aveva settantadue anni.
Era sopravvissuta alla caduta di tre famiglie criminali, aveva seppellito due mariti e non aveva mai implorato pietà.
Fino a quella notte.
Quella notte implorò.
«Vi prego... mio nipote verrà. Pagherà. Vi prego, smettetela...»
Il capo del gruppo, un uomo dal collo taurino che chiamavano Razor, la colpì con un rovescio così violento che la dentiera le volò via dalla bocca e scivolò sul pavimento di cemento.
Poi si voltò verso di me.
«Tuo marito comanda l’impero Valentino. Metà della malavita di Jensburg risponde a lui.»
Razor si accovacciò davanti a me, finché il suo alito — caldo, acido, impregnato di sigarette — mi colpì il viso.
«Allora perché non risponde a quel maledetto telefono?»
Non potevo rispondere.
Due ore prima mi avevano slogato la mandibola.
Razor mi afferrò i capelli, tirandomi indietro la testa finché il collo non urlò di dolore.
«Hai un’ultima possibilità. Chiamalo. Se non risponde, inizierò a togliere alla vecchia parti che non potranno ricrescerle.»
Con le mani tremanti raccolsi il telefono.
Lo schermo era crepato e macchiato di sangue.
Mio.
Di Rosa.
Non riuscivo più a distinguerlo.
Composi il numero di Dominic.
Uno squillo.
Due.
Cinque.
Poi la sua voce.
Bassa.
Morbida.
La voce che un tempo mi sussurrava promesse sulla pelle, nel buio.
«Serena.»
Pronunciò il mio nome come se lo sfinisse.
«Qualunque cosa sia, non ho tempo.»
Alle sue spalle sentivo musica.
Risate.
Bicchieri di cristallo che tintinnavano.
Costrinsi la mandibola slogata a muoversi.
Il dolore fu accecante: bianco, rovente, come ingoiare schegge di vetro.
Ma parlai.
«Dom... Rosa e io... siamo state rapite. Vogliono dieci milioni. Ti prego...»
«Dieci milioni?»
Una pausa.
Poi una risata.
Breve.
Crudele.
Sprezzante.
«Sei incredibile, lo sai? Usare persino mia nonna per spillarmi dei soldi. Qual è la prossima mossa, Serena? Fingerai la tua stessa morte?»
«Dominic, ti prego, ascoltami...»
«No. Ascoltami tu.»
La sua voce divenne ghiaccio.
«Ho finito di farmi manipolare da te. Se vuoi trascinare Nonna nella tua piccola guerra di gelosia contro Camilla, questo resta sulla tua coscienza. Non sulla mia.»
La linea cadde.
Razor mi fissò.
Poi sorrise.
Il tipo di sorriso che fa gelare il sangue.
«Be’», disse piano. «Sembra che al re della famiglia Valentino non importi un cazzo della sua regina.»
Estrasse un arnese per tagliare il metallo dalla borsa.
L’urlo di Rosa squarciò l’aria prima ancora che il metallo le sfiorasse la pelle.
Mi lanciai in avanti — mandibola rotta, costole incrinate e tutto il resto — mettendomi tra loro.
«Prendi me! Fammi quello che vuoi! Ma lasciala stare!»
Razor si fermò.
Sembrava quasi divertito.
Poi mi colpì la rotula con il tronchese.
Lo schiocco rimbalzò sulle pareti del container.
Il mio corpo crollò a terra e il mondo si inclinò di lato.
Attraverso il ruggito nelle orecchie, sentii Rosa singhiozzare.
«Serena... no... scappa, bambina. Scappa!»
Ma non potevo scappare.
Non potevo nemmeno stare in piedi.
Il telefono vibrò contro il cemento.
Una notifica da Instagram di Camilla Moretti.
Una foto: Dominic in smoking nero, il braccio attorno alla vita di Camilla. Lei indossava un abito cremisi e un collier di diamanti che non avevo mai visto prima.
Erano sul balcone della tenuta Valentino.
Casa nostra.
La didascalia diceva:
«Certi amori valgono l’attesa. Bentornata a casa, Camilla.»
E sotto, un commento dall’account verificato di Dominic:
«Dove sei sempre appartenuta.»
Rosa vide la foto dal punto in cui giaceva accasciata a terra.
Dalla sua gola uscì un suono.
Non un urlo.
Non un pianto.
Qualcosa di peggiore.
Qualcosa che sembrava il rumore del suo cuore strappato via dalle radici.
Razor si chinò e mi sussurrò all’orecchio:
«Sessanta secondi. Chiamalo di nuovo, o comincio dai suoi occhi.»
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