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La Figlia dell'Impero

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Riepilogo

Per sei anni Sienna ha sacrificato tutto per la famiglia dell’uomo che ama, accettando silenzi, assenze e compromessi che sembravano il prezzo inevitabile dell’amore. Ma quando viene umiliata pubblicamente nel momento più importante della vita di suo marito, capisce che continuare a restare significherebbe perdere se stessa e mettere a rischio il futuro di sua figlia. Lasciandosi alle spalle un matrimonio costruito su segreti e illusioni, Sienna torna nel mondo che aveva abbandonato anni prima. Lì dovrà affrontare il proprio passato, riscoprire la sua vera identità e imparare a trasformare il dolore in forza.

Rimpianto AmorosodivorzioIdentità nascostacontrattacco

Capitolo 1

Per sei anni fui la moglie leale del mafioso che non parlava mai.

Crescii sua figlia da sola. Gli ricucii le ferite alle tre del mattino. Sorrisi davanti a ogni menzogna, ogni sparizione, ogni camicia macchiata di sangue che lavavo in silenzio.

Poi, al funerale di suo padre, davanti a tutte le famiglie criminali della Costa Orientale, mio marito consegnò l’impero alla sua amante e la chiamò «l’unica donna abbastanza forte da stare al mio fianco».

Sua madre si chinò verso di me e sussurrò: «Sei sempre stata solo un utero, cara. Sii grata che ti abbia permesso di restare così a lungo».

Mi alzai, presi la mano di mia figlia, uscii da quella cattedrale e feci una telefonata che evitavo da sei anni.

«Papà», dissi, «sono Sienna. Sono pronta a tornare a casa. Manda l’auto. Quella blindata».

Perché io non ero Sienna Moretti, la moglie silenziosa venuta dal nulla.

Ero Sienna Valentino. Unica figlia di Dominic Valentino, l’uomo che controllava ogni porto, ogni carico, ogni banca clandestina da New York a Napoli.

Mio marito aveva appena ceduto il suo trono in una chiesa costruita con i soldi della mia famiglia.

Vediamo se sopravvive alle prossime ventiquattr’ore.

POV di Sienna:

La cattedrale odorava di gigli e polvere da sparo: i due profumi che avevano definito il mio matrimonio.

Ero seduta alla quarta panca. Non alla prima. Sua madre, Catarina Moretti, mi aveva spostata quella mattina, sostenendo che «la famiglia di sangue siede davanti». Sei anni di matrimonio, una figlia, e ancora non ero sangue. Ero mobilia. Decorativa, utile, sostituibile.

La bara era di mogano, chiusa, perché Don Enzo Moretti non era morto serenamente. Tre proiettili, un’autobomba, un messaggio da una famiglia rivale che aveva scosso l’intera organizzazione. Il vecchio Don era morto, e oggi suo figlio avrebbe reclamato il trono.

Mio marito, Marco Moretti, era in piedi all’altare con un abito nero che costava più delle auto della maggior parte delle persone. Era bellissimo: occhi scuri, mascella netta, il tipo di volto che faceva dimenticare alle donne cosa stessero facendo con le mani. Quella era la sua arma. Non la pistola. Il volto. La voce. Il modo in cui ti guardava come se fossi l’unica persona nella stanza, finché non lo eri più.

Nostra figlia era seduta accanto a me. Lily. Cinque anni. Vestito nero, nastri bianchi tra i capelli, la sua manina stretta alla mia con una forza che diceva che capiva più di quanto un bambino avrebbe dovuto.

«Mamma», sussurrò. «Perché piangono tutti?»

«Perché nonno Enzo se n’è andato, tesoro.»

«È in paradiso?»

Guardai la bara di un uomo che in vita sua aveva ordinato diciassette omicidi. «È da qualche parte», dissi.

Marco si avvicinò al microfono. La cattedrale tacque: trecento persone, soldati, capitani, sottocapi, alleati da Chicago, Miami, Vegas, tutti a guardare il figlio prendere il posto del padre.

«Mio padre ha costruito questa famiglia dal nulla», disse Marco, con quella voce profonda e autorevole che un tempo mi aveva fatta innamorare di lui. «Ha sanguinato per essa. Ha ucciso per essa. È morto per essa. E io onorerò la sua eredità guidando con la stessa forza.»

Fece una pausa. I suoi occhi percorsero la cattedrale.

Il mio cuore, il mio stupido cuore addestrato e obbediente, si sollevò. Sei anni di invisibilità, eppure una parte spezzata di me sperava ancora.

Il suo sguardo mi oltrepassò come se fossi un’ombra.

Si posò sulla terza panca. Lato destro. Labbra rosse. Velo nero.

Natalia Conti.

La figlia del suo sottocapo. La sua “consulente d’affari”. La donna il cui profumo sentivo sul suo colletto da due anni.

«Ma la forza non significa nulla senza una compagna che sappia eguagliarla», continuò Marco, addolcendo la voce. «Natalia, alzati.»

Lei si alzò. Elegante. Composta. Ogni sguardo nella cattedrale si fissò su di lei.

«Questa è la donna che starà al mio fianco mentre guiderò. La mia pari. La mia consorte. Il futuro della famiglia Moretti.»

Mise una mano in tasca e tirò fuori un anello. Non un anello qualsiasi. L’anello della famiglia Moretti: il diamante nero indossato dalle mogli di ogni Don per quattro generazioni.

Il mio anello. L’anello che Catarina mi aveva tolto tre mesi prima, sostenendo che «aveva bisogno di essere pulito».

Marco lo infilò al dito di Natalia, davanti a trecento testimoni, davanti a Dio e al fantasma di suo padre morto, e la baciò.

La mano di Lily si strinse sulla mia. «Mamma, perché papà bacia quella signora?»

I sussurri esplosero come fuoco nell’erba secca. Colsi frammenti: «la moglie è proprio lì» e «la figlia di Dominic Valentino, lui lo sa?»; ma le parole si trasformarono in un rumore indistinto.

Poi Catarina si materializzò accanto a me, il velo nero a nascondere tutto tranne il sorriso.

«Non metterti in imbarazzo, Sienna», mormorò. «Ha fatto la sua scelta. Natalia porta l’alleanza con i Conti: soldati, territorio, potere. Tu non hai portato nulla, tranne una bambina che lui non ha mai voluto.» Mi diede un colpetto sul ginocchio. «Torna a casa. Fai le valigie in silenzio. Sii grata che non ti rimandi indietro in una bara.»

Una bambina che lui non ha mai voluto.

Guardai Lily. Mia figlia. Che aveva sentito ogni parola.

Il volto di Lily era bianco. Perfettamente immobile. Il volto di una bambina che imparava, in tempo reale, di non essere voluta.

Qualcosa dentro di me non si spezzò. Si incendiò.

Mi alzai. Presi Lily in braccio, appoggiandola sul fianco. Percorsi la navata centrale di quella cattedrale, passando davanti a soldati, capitani e sottocapi, davanti a Natalia con il suo anello rubato, davanti a Marco, che non si voltò nemmeno per guardarmi andare via.

L’aria di ottobre ci colpì all’esterno. Fredda. Tagliente. Onesta.

Composi il numero che avevo cancellato sei anni prima.

Uno squillo.

«Sienna.» La voce di mio padre. Dominic Valentino. L’uomo il cui nome toglieva il sonno agli altri boss. L’uomo che controllava più territorio di qualunque singola famiglia nell’emisfero occidentale. L’uomo da cui ero fuggita a ventidue anni perché volevo essere amata per me stessa, non per l’impero alle mie spalle.

«Papà. Devo tornare a casa.»

«L’auto arriva tra quattro minuti. Ho una squadra su di te da quando è iniziato il funerale.» Una pausa, e sotto quella calma sentii ciò che terrorizzava gli altri uomini: la rabbia silenziosa di Dominic Valentino. «Ho visto tutto, figlia mia. L’anello. La donna. Quello che sua madre ha detto a mia nipote.»

«Papà…»

«La stanza di Lily è pronta. Lo è dal giorno in cui te ne sei andata. E, Sienna?» La sua voce scese a quella frequenza che aveva posto fine a intere stirpi. «L’uomo che ha appena detto a trecento persone che mia nipote non era voluta indossa un abito cucito da un sarto che possiedo, in una cattedrale che ho finanziato, su un terreno che appartiene a me. Sembra averlo dimenticato. Ho intenzione di ricordarglielo.»