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Capitolo 1

Il proiettile era destinato a me, e Dante aveva caricato la pistola con le sue stesse mani.

Portavo ancora il suo anello quando trovai l’ordine di esecuzione, con il mio nome scritto di suo pugno, infilato nella giacca che poche ore prima mi aveva posato sulle spalle.

Tre ore prima ero stata nel suo letto. La sua bocca sulla mia gola, le sue mani strette alla mia vita come se fossi l’unica cosa che lo tenesse in vita.

«Sei mia, Valentina», aveva ringhiato contro la mia pelle. «Dillo.»

E io l’avevo detto. Dio mi aiutasse, l’avevo detto.

Ora mi trovavo nel suo studio privato, nel complesso dei Moretti, con il foglio che tremava tra le dita, leggendo quelle parole che mi gelarono il sangue:

Valentina Serrano. Eliminare prima della fusione. Non negoziabile.

La data era quella del giorno dopo.

Le gambe quasi mi cedettero. Premetti la schiena contro la libreria di mogano, costringendomi a respirare. A quell’ora il complesso era silenzioso — le tre del mattino — le guardie erano di turno, la famiglia dormiva nella propria ala. Ero venuta nello studio solo per lasciare un biglietto a sorpresa sulla sua scrivania, qualcosa di sciocco e romantico, perché era questo che ero.

Una sciocca.

Dante Moretti, erede della famiglia criminale più potente della costa orientale, l’uomo che mi aveva corteggiata senza tregua per due anni, che si era presentato al mio ristorante ogni singola sera finché non avevo accettato una cena, che mi aveva detto che ero l’unica donna capace di fargli desiderare di essere qualcosa di diverso da un mostro...

Aveva ordinato la mia morte.

La mia mente si affannò a trovare una spiegazione. Forse era vecchio. Forse riguardava un’altra Valentina. Ma la data era recente, l’inchiostro ancora netto, e sotto il mio nome c’era un dettaglio che mandò in frantumi ogni possibile scusa:

Non sa nulla. Fate un lavoro pulito. Nessuna sofferenza: almeno questo glielo devo.

Almeno questo me lo doveva.

Un rumore: passi nel corridoio. Infilai di nuovo il foglio dentro la giacca, con il cuore che batteva così forte da rimbombarmi nel cranio. La maniglia della porta girò.

«Val?»

Dante era sulla soglia, a torso nudo, i capelli scuri scompigliati dal sonno, la preoccupazione ad addolcire quei lineamenti duri. Sembrava un uomo che si era svegliato e aveva scoperto che la sua donna non era più a letto. Sembrava un uomo innamorato.

«Che ci fai qui?» chiese, con voce bassa e calda, la stessa voce che aveva sussurrato promesse contro le mie labbra.

Mi sforzai di sorridere.

«Non riuscivo a dormire.»

Attraversò la stanza in tre passi e mi tirò contro il suo petto, premendo le labbra sulla mia fronte.

«Torna a letto. Sei fredda.»

Stavo tremando, e lui pensava fosse per il freddo.

«Dante», sussurrai contro il suo petto, respirando il suo odore: cedro, fumo, qualcosa di oscuro e costoso. «Mi ami?»

Le sue braccia si strinsero intorno a me.

«Che razza di domanda è?»

«Rispondimi e basta.»

Si scostò, sollevandomi il mento, i suoi occhi scuri che cercavano i miei con un’intensità che un tempo mi aveva fatto sentire la persona più importante del mondo.

«Lo sai che ti amo», disse. «Più di ogni altra cosa.»

Più di ogni altra cosa, ma non più della famiglia.

Lasciai che mi riportasse a letto. Lasciai che mi stringesse. Rimasi distesa nel buio con il suo braccio posato sulla mia vita, ascoltando il suo respiro rallentare fino al sonno, e pianificai la mia fuga.

Perché la ragazza che amava Dante Moretti era morta nell’istante in cui aveva letto quel foglio.

La donna che l’aveva sostituita sarebbe sopravvissuta.

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